Riflessione #1: sono cosa voglio essere?

A volte va così.

Succede a volte di arrivare ad un punto di stallo, di fermo e di calma apparente, che altro non è che il riflesso di una amara verità che si è fatta strada dentro sé stessi, lentamente, ma in continuo crescendo.

Succede a volte di sentirsi scardinati dal proprio baricentro. Di non capire più dove si è, che cosa ci si fa, e se, soprattutto, si è nel posto giusto. Ebbene, oggi è stata proprio una di quelle giornate.
Ho spesso creduto di aver incanalato male le mie – tante, forse troppe – energie, considerando i risultati  – scarsi – ottenuti. Una certa consapevolezza di avere sbagliato tutto già ormai più di dieci anni fa, ce l’avevo da diverso tempo. Tuttavia ho perseverato, testarda, nella mia convinzione di essere nel giusto, o meglio, di aver preso la migliore decisione possibile, considerando le alternative disponibili. Questa testardaggine mi ha causato non poca fatica, diversi rospi da ingoiare, e almeno un paio di umiliazioni, in quanto considerata una di serie B dai cosiddetti fuoriclasse. Ho sempre cercato negli anni di compiacere le altrui aspettative. Mi sono costruita ad arte un mondo di cui sicuramente potevo vantarmi ed essere fiera, e a cui ho dedicato salute, fisico e tempo. Sin troppo stacanovista, sempre e solo concentrata sul dovere, ho infine spezzato – dopo vani tentativi mal riusciti negli anni – questo precario nonequilibrio nemmeno un anno fa (e questo blog, valvola di sfogo del mio alter ego, ne è testimonianza).
Ora forse mi si ripresenta di nuovo il conto, e mi domando: e se avessi fatto di più? e se avessi meglio? e se non avessi mollato la presa a quel modo? e se mi fossi imposta un po’ di più sulle mie priorità e non quelle altrui, calate dall’alto a cui mi sono piegata per compiacere, per uno smisurato e autolesivo senso del dovere?
E soprattutto: la risposta a quella famosa domanda che mi sottoposi, fu effettivamente azzardata?
La risposta alla domanda “lo faccio o non lo faccio” fu – chiaramente – positiva, , buttiamoci in questa avventura”. Effettivamente l’unico presupposto valido era la mia strong motivation, ma non era, e non è assolutamente una motivazione sufficiente. La verità, la bruciante e disorientante verità, è un’altra: io non ero affatto pronta. E non lo sono nemmeno oggi, quando ormai manca poco al termine di questa avventura. La risposta vera alla domanda fu: “si, facciamolo perché non ho alternative”, “si, facciamolo perché al giorno d’oggi in giro non è che si trova di meglio”, “si, facciamolo perché non so che altro fare in questo momento”. Ecco, oggi mi è stato messo di fronte a caratteri cubitali, che tutte queste ultime motivazioni costituiscono il peggiore presupposto in assoluto per intraprendere e tentare di affrontare con successo la strada che ho intrapreso.

Non solo: è stato messo nero su bianco quale deve essere il gioco dei ruoli. Decisamente non ci siamo: sono decisamente fuori dal baricentro, e – non solo – per causa mia. La scelta di buttarmi nelle mani sbagliate, sperando di ottenere chissà quale beneficio (che è pura elucubrazione mentale), mi si sta infine ritorcendo contro, al 100%. Il punto è questo: non ho avuto scelta e ormai, mi sono talmente immolata a elemento cardine e sacrificale di quell’equilibrio sociale tanto auspicato in quel microcosmo in cui sono finita, che non avrò scelta.  Perché arrivata a questo punto non posso certo mollare: posso solo cercare di raddrizzare le cose in un modo o nell’altro, e nella maniera meno indolore possibile. Rimediare l’irreparabile? No, non è questo il punto, l’outliner che attrae erroneamente il mio baricentro. Si tratta di scelte, di consapevolezza e di responsabilità. Il problema è che chi deve assumersi determinate responsabilità evidentemente non lo fa.

Sono preoccupata, ecco cosa sono. Ho pure un po’ di paura: non posso fare niente, non posso cambiare direzione, ma solo per l’ennesima volta andare avanti a testa bassa. Tenere per me queste considerazioni, sperare ancora di riuscire ad avere fiducia nel futuro e provare a portare a termine questo percorso.

Per l’ennesima volta sono incatenata. E per l’ennesima volta io non sono libera.

Io non sono ciò che vorrei essere.
Questo il macigno più duro da sostenere sulle mie spalle.