Lacerazione Improvvisa

Allora palpita ancora
Quell’ansia sopita
Si desta improvvisa
Mi lascia basita
Bastarda mi afferra
Mi contorce nel buio
Perfora il mio petto
Un buco gigante
Dal fondo un ghigno
Sembra urlare ridendo
Un grido un sussulto
Non ce la farai
Mi brucia all’interno
Occorre fermarsi
A riprendere il fiato
Ma è una lotta continua
Una lacerazione profonda
E la mente si offusca
Perché cala la tenebra
Si vedono macchie scure
Sotto le palpebre
Bruciante anche il sapore
Delle lacrime amare
Che scivolano dentro al cuore
Le mani che sanguinano
Si aggrappano con forza
A quelle sbarre fredde
Di una cella distopica
Non è questo che voglio
E io mi perdo di nuovo
Inconsapevole della luce
Che ancora calda
Lambisce lontana
L’ingresso nascosto
Di questo pozzo infame.

Venere assetata

La venere assetata
Attende impaziente
Un calice d’ambra
Ricolmo di gioia
Ascolta il respiro
Dell’amante lontano
Avvolge in spirali
Il profumo ardente
Sussurra all’orecchio
Dolci parole di zucchero
Infine si immerge
Nel sogno avvolgente
Per riemergere sazia
Del suo appagamento

Riflessione #2: La tormenta del dubbio. Ovvero come l’attesa annienta me stessa.

Ci risiamo. Il nodo è sempre quello, sempre lì da sciogliere.
Continua la discussione/riflessione tra me e me stessa e mi scuso con i miei lettori, che ne usciranno probabilmente annoiati, ma ho bisogno di questa terapia del ‘nero su bianco’.

Sono decisamente stufa, stanca, delusa e disillusa. Ho creduto così tanto e fermamente di costruirmi il giusto cammino e di averlo intrapreso con così tanta tenacia e costanza da essere imbattibile ed instancabile…e ora, a più di metà di questa strada mi rendo conto di aver lasciato importanti pezzi di me un po’ sparsi ovunque.

La prima metà di me (che da qui innanzi chiamerò E) incolpa me stessa: ‘hai perso troppo tempo’, ‘dovevi fare di più quando ne avevi l’opportunità’ ‘non avresti dovuto perderti dietro a hobby e sport e sei stata troppo via in viaggio di nozze, proprio tu che al massimo massimo ti sei fatta cinquegiorniquattronotti al mare una volta ad agosto’ eccetera eccetera eccetera. E giù a fustigare e incolpare. Come se non mi fossi abbastanza rovinata la vita per lo studio ed il lavoro, come se non avessi investito energie e denaro per uscire da questo circolo vizioso ed omicida del stacanovismo ad oltranza (leggasi tipo Nux Vomica) (che poi chissà se l’omeopatia si basa sulla teoria statistica degli stereotipi).

L’altra metà di me (che da qui in avanti chiamerò MTA) oggi quasi mi pigliava con sé e mi portava via, lontano. In quella bottiglia vuota a farmi cullare in un mare di dolci e succulente fantasie. E maledizione se ci è riuscita! Maledizione perché è piacere e dolore insieme, un po’ come solo certi orgasmi sanno regalare. Piacere perché mi sono stupita di quanto sia riuscita a staccarmi dalla realtà e a concedermi un paio d’ore di totale, completo, inebriante ed appagante relax. Dolore perché…domani dovrò recuperare, e non per senso del dovere puro, ma perché non v’è alternativa se non il fallimento.

FALLIMENTO.

Ho il terrore di questa parola. Eppure sono qua, il venerdì sera, alle ventidue e trenta (che sono diventate quasi 23 e 20), che mi arrabatto cercando in maniera disperata e ridicola – a metà appunto – di lavorare. A metà, perché MTA è invece totalmente assorta ed impegnata  a vagare con la mente, con questo blog e con mille e più gustose e succulente prelibatezze mentali. Mi sento ancora troppo giovane per arrendermi alla vita di miseria-stringi-cinghia-che-non-si-arriva-a-fine-mese che sto affrontando invece tutto d’uno colpo, tutto d’un botto da un po’ di mesi a questa parte. Ora e adesso io voglio GODERE. Della vita, della notte, dell’amore, della mia giovinezza finché c’è, della trasgressione della notte e del sesso, del brivido eccitante che solo quella lieve ebrezza mi sa regalare e che mi disinibisce, chiudendo la prima metà di me stessa fuori dal buco della serratura. Voglio ascoltare quel fremito che parte dal basso ventre e si irradia a tutto il mio corpo, teso, come sulle spine ad aspettare di assaggiare di nuovo i frutti calorosi della primavera. Voglio ancora sognare con la mente perversa e “sbagliata” (sarebbe più corretto dire invertita) che mi ritrovo, dolci e morbidi seni su cui dipingere a forti pennellate l’ardore dell’incanto che solo io so quanto forte posso sentire, di fronte alla bellezza e all’estetica perfetta di un corpo femmineo. Tutto questo finché la notte non cala le sue palpebre sulle mie, stanche e offuscate dall’eccessiva esposizione agli schermi lcd, alla carta stampata e a qualunque altra diavoleria con cui E ha a che fare tutto il giorno.

RISVEGLIO MATTUTINO.

E poi inesorabile arriva il mattino, che non è più carico di vivaci speranze e curiosità, ma si porta addosso ancora l’olezzo della fatica del giorno precedente, la pesantezza derivante dall’avere ancora un ricco conto da saldare. E è sgomenta, perché al mattino MTA l’ha abbandonata completamente, se ne è andata, ha riaperto la serratura e l’ha lasciata di nuovo sola: c’è solo rimorso e rammarico e rabbia. Svaniscono le dolci immaginazioni, scompare l’audacia e la spavalderia, si fanno largo la sfiducia, l’abattimento, il senso totale di impotenza, ed enorme, il senso di colpa per l’avventatezza della scelta passata.

Il filo si è rotto, ormai lo so. Che si tratti dell’incedere senso di colpa che avanza infelice a passo felpato verso i meandri della mia subcoscienza o che si tratti piuttosto dell’insoddisfazione, continua e perpetrata (qualunque sia la mia scelta lavorativa). Come E, so che qualcosa è inesorabilmente perduto e non si recupera più, si può solo cercare di accelerare il passo, limitare i danni, assorbire i colpi inferti dall’esterno, cercare di non soccombere. E attendere.

ATTENDERE.

Mi tocca attendere nel dubbio dell’incertezza, priva di qualsivoglia proposta alternativa: non resta che aspettare tempi migliori diversi in cui, forse, accadrà anche che sarà E di nuovo a prendere il sopravvento e saprà risollevarsi dalla situazione, mentre il dubbio che mi attanaglia (vedere riflessione #1) si fa via via sempre più gigante.

Nebbia bianca

Disperde i ricordi più bui
il muro di umida nebbia
vagheggio distratta e nostalgica
sulle piccole ferite della vita
che mi hanno lasciato incolume
e ora fanno eco lontane
pizzichi stantii e inopportuni
sono al di là della collina
e non li sentirò più,
nemmeno al lento sollevarsi
di questa fitta coltre bianca.