Prendere o lasciare

Ti bramavo da tempo
E forse ti ho scovato
Sotto alle prime foglie
Cadute dall’albero del peccato

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Venere assetata

La venere assetata
Attende impaziente
Un calice d’ambra
Ricolmo di gioia
Ascolta il respiro
Dell’amante lontano
Avvolge in spirali
Il profumo ardente
Sussurra all’orecchio
Dolci parole di zucchero
Infine si immerge
Nel sogno avvolgente
Per riemergere sazia
Del suo appagamento

I’ll turn off the light…

Oggi mi sento come trasportata dagli eventi, e non è la prima volta.
Ho sentimenti contrastanti, perché in questa battaglia, so che non potrò né vincere né perdere e so che devo ancora rimettere mano alle mie spade, ai miei artigli, per non farmi sopraffare dalla tristezza, dalla insoddisfazione, dall’ansia e dal malessere.
Semplicemente devo resistere, andare avanti, attendere una nuova alba, accogliere i momenti di grande scoraggiamento e sconforto e farmeli amici, compagni di un’avventura che ormai conta i mesi alla sua conclusione.
Ecco perché oggi voglio vagare un po’ con la mente a molti, molti anni fa, riascoltando una delle migliori canzoni in versione acustica che meglio esprimono quel che oggi ho dentro, proprio esattamente come tanti anni fa. Solo il contorno è diverso? No, niente affatto: le guerre affrontate, alcune vite alcune perse, mi hanno messo addosso una corazza pesante, fatta di una doppia faccia che mai avrei creduto di mettermi addosso, perché contraria ai miei saldi principi.

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La Sete La Fame La Mancanza

Adagiata su un prato di velluto
al riparo da sguardi indiscreti
nel profumo d’erba di maggio
e di tigli che stanno rinascendo
immagino un brivido caldo
a forma di gemma rosso fuoco
che inarrestabile surriscalda
l’aria leggera che ho intorno
scivola dall’unghia del piede laccata
per girare attorno alle caviglie
solletica con ampi cerchi le ginocchia
con guizzo delicatamente forte
risale su per le cosce toniche
un attimo e si fa strada tra le gambe
con tocco leggero divampa furente
la sento scottare là sotto, è dentro
mi contorce nel basso ventre
fulgida mi percorre internamente
giunge infuocata fino all’ombelico
mi fa piegare in due per uscire
uno spasmo ed emozione a non finire
il cristallo è ora di nuovo in superficie
azzanna lo stomaco rialza il bacino
prosegue imperterrito il suo cammino
giunge sui seni rigonfi e traslucenti
si adagia si rotola si bagna a non finire
poi con un balzo è al collo proteso
mi toglie il respiro e risale potente
fin dietro all’orecchio pulsante di cuore
getto la testa esausta all’indietro
è intreccio di capelli liberati e brillanti
tra essi la gemma rossastra si districa
ed infine esplode in mille pezzetti
una miriade di coriandoli colorati di passato
sono desideri irrealizzati occasioni perdute
percorsi diversi su minuscoli vetri luccicanti
ora di nuovo il mio corpo giace silente
respiro placido, ho sete e fame
il cristallo infuocato è scomparso
e come mi cadesse la luna sul capo
mi ritrovo aderente al presente sul prato
il banale e il quotidiano mi hanno sepolta
quegli intimi e profondissimi istanti
di voluttuose sensazioni diventano ricordo
e di quella perla vermiglia già sento
la mancanza.

Fantasia

V’è un vezzo suadente
nel capezzolo che sboccia
da mille bolle di sapone
di speziato caramello
gli farei dono immediato
lo lascerei sgorgare
della sua acre dolcezza
a sciogliere lentamente
sulla pelle gocciolante
per profumare l’aria umida
all’ombra di una candela
che dolcemente mi svela
le curve del tuo corpo.

Pianto mancato

Schiaccia e sovrasta
il macigno che ho in testa
nera la nube gassosa
che la contrasta
spettacolo di tuoni
abbagliano la vista
nella notte oscurata
da troppi cupi pensieri
lotta continua
tra inascoltati desideri
mentre si chiudono
le serrande dell’anima
accade di tutto
su quel manto nerastro
si intravedono graffianti
biglie di vetro colorate
scagliasi l’un l ‘altra
nel vorticare soffocato
di infinite grida impotenti
mentre contesta solitario
l’ego lapidato e stanco
della solita mensa inadeguata
pienamente incapace di sfogare
il liberatorio pianto mancato.

Farewell insane perception

Scricchiola lento
l’avanzo di mostro
su per la via del non ritorno
striscia atterrito
sul pavimento infetto
quasi con fare sospetto
rantola inspira e ancora sputa
l’ultimo insano colore:
è ghiaccio di pesco
rosa rinsecchita
quella che schiaccia
con la sua ombra pesante
è infinita stanchezza
di cuore pulsante
oggetto sanguigno
senza pudore
urla e geme dal dolore
in cerca d’aiuto
lo guardo dall’alto
del mio trono d’onore
sorrido sorniona
dimentico ogni rancore
ma non porgo la mano
bensì mi alzo e lo calcio
fin fuori al terrazzo
ed eccolo sciogliersi
al calore della luna
si schianta dal balcone
giù al cuore del giardino
osservo stranita
non rimane traccia alcuna
del freddo patito
e del gelido alito
infertomi sinora:
distacco totale
è la parola giusta: addio.